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Cinque anni di anti antimafia

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La relazione di minoranza in Commissione denuncia gravi omissioni
e un colpevole negazionismo storico sui rapporti mafia e politica.
Lumia: “Diamoci un codice etico”

di Anna Petrozzi Una contro-relazione durissima, senza sconti e senza mezzi termini. Con circa quattrocento pagine i consiglieri di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia hanno risposto alle milleseicento presentate dalla maggioranza e che il Presidente Centaro aveva cercato di far approvare in fretta e furia prima di Natale. Un documento giudicato inaccettabile non solo dall’opposizione.
A far sentire forte il suo sdegno era stata infatti anche la deputata di An Angela Napoli: «Vi chiedo: ma l’avete letta prima di presentarla questa bozza? State scherzando? Signor Presidente – si è rivolta a Centaro – io non posso stare più qui, in Commissione Nazionale Antimafia, me ne devo andare. Mi dispiace di dover concludere così un’attività nella quale ho creduto e continuo a credere. Proseguirò sino alla conclusione della legislatura, ma non mi chiedete di votare questa relazione, perché essa fa male non solo a me, ma, e soprattutto ai calabresi onesti». Il maggior disappunto proveniva dalla immediata constatazione che lo spazio dedicato alla ‘ndrangheta, definita in appendice come la minaccia più radicata e pericolosa, era di nemmeno cento pagine; nulla in confronto a quelle dedicate al caso Andreotti cui ne sono state riservate ben 400, nonostante non vi sia stata alcuna attività della Commissione in merito.
La rivolta dei 22 parlamentari di centrosinistra tra cui Giuseppe Lumia e Massimo Brutti (Ds), Giovanni Russo Spena (Prc), Nando dalla Chiesa e Giannicola Sinisi (Margherita), Lorenzo Diana (Ds), Enzo Ceremigna (Rosa nel pugno)  che per protesta avevano abbandonato l’aula e inviato ai presidenti di Camera e Senato una lettera in cui denunciavano gravi irregolarità ha ottenuto di far slittare la data del voto per la metà di gennaio. Poco tempo, ma sufficiente per poter leggere in profondità la relazione e per preparare la replica.
Un atto d’accusa che parte dal significato stesso di Commissione Parlamentare Antimafia la cui funzione super partes dovrebbe garantire il massimo impegno degli schieramenti per andare oltre le divergenze partitiche e trovare punti in comune per fornire un contributo concreto all’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Al contrario, secondo i consiglieri di minoranza, questa Commissione per la prima volta, a causa della completa indisponibilità al dialogo, non è stata in grado di produrre proposte legislative, analisi o materiali di riflessione da consegnare al Paese e agli addetti ai lavori: forze dell’ordine, studiosi, esperti. Negando in questo modo anche spunti per il dibattito pubblico. Una scelta di basso profilo che asseconda senza dubbio la strategia delle mafie che non chiedono niente di meglio del silenzio per poter proliferare con i loro affari e che sposa appieno l’atteggiamento generale del governo Berlusconi in materia di lotta alla mafia.
“La legislatura che si sta per concludere – scrivono i commissari – è stata caratterizzata da una politica, quella del Governo Berlusconi, che ha avuto due cardini: il primo, la cancellazione della questione mafia dalle priorità dell’agenda politica governativa; il secondo, l’attacco ai giudici antimafia nel quadro più complessivo dell’azione di ridimensionamento dell’autorità e del prestigio dell’ordine giudiziario”.
Su questa direttrice sono stati presi provvedimenti e varate leggi fortemente penalizzanti che la relazione di minoranza elenca e sviscera punto per punto.
“Le decisioni della maggioranza parlamentare di ridurre ulteriormente le già esigue risorse finanziarie destinate al contrasto del crimine organizzato, sia con riguardo al funzionamento della giustizia sia soprattutto con riguardo alle forze di polizia, rende evidente – al di là di ogni valutazione di merito delle singole iniziative governative o legislative – perlomeno la mancanza assoluta di consapevolezza della minaccia mafiosa”.
In Commissione non solo questa tendenza non è stata contrastata dai consiglieri di maggioranza, ma  si sono avallati i suddetti “orientamenti negativi” facendo apparire la Commissione stessa come una succursale del Governo ad esso subalterna.
Differenze incolmabili quindi, fronti diametralmente opposti.
Concezioni di mafia e antimafia inconciliabili.
Il nodo centrale è sempre quello: mafia e poteri. Con argomentazioni tanto assurde da sfiorare il ridicolo la maggioranza ha cercato di ridurre l’atavico legame tra criminalità e politica ad una questione localistica che non ha mai inciso sulla politica di governo e nemmeno sullo spostamento dei voti.
Si giunge ad affermare “la sostanziale incapacità di Cosa Nostra di incidere significativamente sul voto”, e la natura “locale” dei rapporti tra mafia e politica senza “voler incidere ad alto livello nello scenario politico generale”.
Una sorta di auto-assoluzione che vorrebbe pretendere di far credere che la storia si sia fermata a Salvo Lima e a Vito Ciancimino. Ma non è così, è andata, se possibile, peggiorando. Se Lima infatti rappresentava il concetto di mediazione politico-mafiosa per cui i due soggetti dialogavano per mutuo interesse rimanendo però due entità distinte, già con Ciancimino si può parlare di una rappresentanza diretta della mafia nelle istituzioni. I corleonesi infatti, stufi di subire le incostanze dei politici pronti a retrocedere al primo segnale di pericolo, scelgono di entrare nelle vita pubblica e amministrativa tramite un loro uomo che salvaguardi in prima persona i propri affari. Questa tendenza, nonostante i sanguinosi anni delle stragi e la forte azione repressiva esercitata dallo Stato a partire dal ’93, è andata sempre più perfezionandosi. Espressione eclatante di questo modello è senz’altro Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per associazione mafiosa, considerato dai giudici come un anello di congiunzione tra Cosa Nostra e la politica della Seconda Repubblica. Ciò non toglie che un modello escluda l’altro giacché si presentano come due facce della stessa medaglia.
Significativamente, alla vicenda del Senatore, la relazione non fa alcun cenno, come ben si guarda dall’approfondire la gravissima posizione del Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Un calzante esempio della nuova frontiera del fenomeno mafioso che recentemente il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso ha definito “borghesia mafiosa” indicando così quella particolare classe sociale fatta “di tecnici, di esponenti della burocrazia, di professionisti, imprenditori e politici che o sono strumentali o interagiscono con la mafia in una forma di scambio permanente fondato sulla difesa di sempre nuovi interessi comuni.”
Un’omissione gravissima che si è voluta nascondere dietro l’alibi dell’iter giudiziario ancora in corso diventato poi pretesto per utilizzare ancora una volta in maniera strumentale l’assoluzione in Cassazione del senatore a vita Giulio Andreotti. Ben 400 pagine impiegate nel tentativo di riabilitare la figura del politico da una sentenza che ha scritto comunque, in via definitiva, che il sette volte Presidente del Consiglio intrattenne, almeno fino agli anni Ottanta, rapporti con i capi di Cosa Nostra, che li incontrò e che venne a conoscenza del progetto e dell’attentato al Presidente della Regione siciliana Pier Santi Mattarella e non ne fece alcuna menzione alla autorità competenti.
Un giudizio chiaro che tra tribune televisive e stampa compiacente si è cercato di camuffare per poi farne un’arma contro la magistratura, in particolare quella impegnata contro la criminalità organizzata. Addirittura il giudice Gian Carlo Caselli, procuratore capo a Palermo al tempo del processo Andreotti, cui il nostro Paese deve solo gratitudine, ha pagato per il suo ardire vedendosi approvare una legge contra personam che gli ha impedito di concorrere regolarmente al posto di Procuratore Nazionale Antimafia.
Proprio all’interno della stessa strategia si è voluto utilizzare un organo influente come quello della Commissione Antimafia per dare ufficialità alla disinformazione privando senz’altro la relazione conclusiva di spazio e tempo che potevano essere dedicati alla soluzione seria dei tanti problemi posti dalle varie mafie.
E’ la relazione di minoranza, fortunatamente, ad elencare le questioni irrisolte, ad evidenziare i grossolani errori, e ad indicare le alternative.
Abbiamo chiesto all’ex presidente della Commissione Antimafia, oggi all’opposizione, Giuseppe Lumia di chiarirci i punti più salienti della relazione, seppur in sintesi.


Onorevole Lumia, innanzi tutto quali sono le ragioni profonde per cui avete voluto scrivere una relazione di minoranza così diretta e dai toni tanto severi?

C'è una sola grande motivazione che ha spinto tutto il centro sinistra a scrivere una relazione di minoranza credibile ed autorevole: per 5 anni il Governo ha cercato di nascondere il problema mafia e la Commissione Antimafia è stato uno degli attori protagonisti di questa manovra. Con questa relazione noi abbiamo cercato di svelare e ribaltare l'incredibile sottovalutazione del problema che si è manifestata nella relazione di maggioranza dove addirittura si sostiene che la mafia non condiziona la politica, che al massimo influenza qualche amministrazione locale in tema di appalti. Con le centinaia di pagine della relazione di centrodestra dedicate al processo Andreotti si cerca di chiudere un cerchio che ci riporta indietro prima del maxi-processo del 1985 quando ancora si minimizzava l’esistenza di Cosa Nostra e si occultavano i rapporti tra le varie mafie, la politica e l’economia. Ma ritornare indietro non sarà facile perché le cose non stanno così, i cittadini italiani lo sanno, noi abbiamo voluto lasciare agli atti di questa legislatura una traccia di lavoro importante su come avrebbe potuto lavorare la Commissione se non avesse scelto di essere succube del Governo. In più questa relazione è anche la nostra traccia di lavoro per la prossima legislatura, contiene moltissime proposte che insieme costruiranno l'antimafia “del giorno prima”, preventiva e progettuale.
Il primo punto che avete messo in evidenza riguarda il rapporto tra mafia e poteri. Oltre all’analisi dei dati storici avete voluto introdurre un elemento di novità: una codice etico cui i partiti debbono ispirarsi. Di cosa si tratta?
Considerando che, contrariamente a quanto sostenuto dalla relazione di maggioranza, sono molti gli esponenti politici coinvolti in indagini di mafia, siamo convinti che oggi i partiti siano chiamati ad applicare un codice etico di autoregolamentazione. Si devono impegnare ad escludere dalle liste dei candidati al Senato e alla Camera, alle assemblee regionali ed ai consigli provinciali, comunali e circoscrizionali, tutti i coloro che siano stati condannati anche solo con sentenza di primo grado per i delitti più gravi (omicidio, lesioni gravissime, sequestro di persona, traffico di droga, estorsione,  usura, reati di mafia, concorso in associazione mafiosa, favoreggiamento, corruzione, concussione, bancarotta fraudolenta, falso in bilancio) e per i reati più gravi tra questi, anche coloro che sono stati rinviati a giudizio. E questo a prescindere dall’esito finale del giudizio. In questo modo anche i partiti si rendono autonomi dalle sentenze e tutelano se stessi e i propri candidati. E’ tempo che la responsabilità politica torni a svolgere la sua autonoma funzione nella selezione della classe dirigente senza delegare tutto alla responsabilità penale per poi cinicamente colpirla quando esercita il suo ruolo costituzionale.
Ora che è stata approvata la riforma elettorale con il sistema maggioritario e quindi il cittadino non potrà più scegliere il candidato, sarà proprio il partito a dover garantire l’indipendenza e la moralità di ciascuno degli eletti, e dato il bacino di conoscenze e informazioni possibili ben più vasto di quello cui può attingere un magistrato, deve essere in grado di selezionare con adeguatezza la sua classe dirigente, scartando chi non può ritenersi assolutamente e completamente libero dai continui tentatici di condizionamento mafioso.Vi sono comportamenti come i rapporti consapevoli tra boss e politici avvenuti nella storia, anche recente, che, sebbene non siano punibili penalmente, non sono compatibili con l’etica pubblica e con la coscienza della democrazia di un Paese. I partiti si devono assumere la responsabilità politica di non candidare o addirittura espellere dal partito elementi che non rispecchiano questi valori.
Questo è di sicuro un tema di svolta cruciale che non coinvolge solo i politici locali. Nella relazione avete citato anche la vicenda che coinvolge il Presidente del Consiglio in carica e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri le cui posizioni processuali, almeno quelle in merito alle indagini sui mandanti esterni, sono state archiviate con una precisazione del Gup di cui si parla ben poco, ma che invece merita la giusta evidenza. Il giudice scrive infatti che “gli odierni indagati hanno intrattenuto rapporti non meramente episodici coni soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato, all’essere tali rapporti compatibili con il fine perseguito dal progetto” e aggiunge che malgrado la necessaria richiesta di archiviazione sia da rilevarsi che “l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”. Sono affermazioni di una gravità impensabile per un paese come il nostro cui il Presidente Berlusconi non ha mai dato spiegazione, così come non ha mai voluto rispondere ai magistrati sulle origini della sua fortuna.
Sì infatti. Mentre il cittadino dottor Silvio Berlusconi ha tutto il diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere, l’onorevole Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio ha a nostro avviso commesso un grave atto politico; avrebbe potuto e dovuto collaborare con la magistratura e chiarire i punti rimasti oscuri sulle vicende che riguardano il suo amico e collaboratore Marcello Dell’Utri, le origini del suo impero finanziario, le origini di Forza Italia e soprattutto spiegare quanto evidenziato dalla sentenza di archiviazione del Gip di Caltanissetta.
Anche se tali affermazioni non hanno un rilevo penale, può una democrazia come la nostra accettare che questioni come queste così delicate rimangano irrisolte e prive di una discussione pubblica e democratica?
Il potere economico raggiunto dalle mafie in questi anni ha fatto registrare cifre vertiginose, come si presenta il quadro attuale e quali sono i programmi di contrasto avanzati dall’opposizione su questo tema?
La questione è da integrare in un contesto di globalizzazione in cui l’economia illegale va sempre più integrandosi con quella legale. E questo a causa della commistione esistente tra mafia, amministrazioni e processi di accumulazione. Ignorando questo aspetto non si può comprendere appieno l’essenza della mafia moderna connessa oggi più che mai ad una vera e propria borghesia mafiosa in grado di fornire alla criminalità organizzata nuovi percorsi per accumulare e ridistribuire i proventi illeciti. Per contrastare questo fenomeno di dimensioni preoccupanti occorre agire sulle regole dello sviluppo e proponendo soluzioni legislative che tengano anche conto della dimensione transnazionale del business.
Il Mezzogiorno oggi paga un prezzo altissimo a causa della presenza mafiosa.
Solo per fare un esempio, nel 2003 il Censis stabilì che la presenza delle mafie toglie al Mezzogiorno ben il 2,5% del Pil annuo, una zavorra che causa l’emigrazione di migliaia di giovani disoccupati e disincentiva potenziali imprenditori.
E’ necessario, quindi, avviare delle politiche di sviluppo che consentano al territorio di liberare il proprio mercato dall’intermediazione mafiosa potenziando il sistema intermodale dei trasporti, rinnovando il sistema produttivo, dall’agricoltura al turismo, rendendolo insomma ricettivo e aperto ai nuovi sbocchi commerciali, soprattutto in vista dei flussi economici che giungeranno verso l’Europa dal sud-est asiatico. La domanda di rottura con la mafia deve emergere anche dal mondo economico dove lo sviluppo e quindi la convenienza possano conciliarsi con la legalità e quindi i valori etici ed alimentare una lotta efficace alla criminalità che attiri investimenti e crei benessere.
Sono poi molteplici gli aspetti sui quali occorre ulteriormente intervenire.
Sul piano del racket e dell’usura è stato compiuto dal governo Berlusconi il primo grande errore di rimuovere dal suo incarico di Commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura Tano Grasso la cui profonda esperienza di associazionismo anti-racket e anti-usura ha davvero raggiunto ottimi obiettivi, tale da dover essere proposta a tutti i Presidenti delle Regioni e ai sindaci delle principali città del Mezzogiorno.
Gli appalti sono da sempre al centro dell’interesse mafioso, per tanto è necessario ridurre in numero delle stazioni appaltanti e aumentare il continuo monitoraggio dei cantieri.
L’azione, in qualunque dei suoi aspetti, deve essere preventiva e va estesa sia alle norme antiriciclaggio che alla gestione della spesa pubblica per la quale è più che mai fondamentale eliminare l’intermediazione discrezionale della burocrazia e della politica che, come si è ormai appurato, costituisce una pericolosa fenditura attraverso la quale la mafia si insinua tanto nell’economia quanto nelle Istituzioni.
Un discorso a parte invece merita la questione della confisca dei beni.
Di recente Libera si è fatta promotrice, ancora una volta, di una raccolta firme che tuteli il grande sforzo compiuto in questi anni per la utilizzazione sociale dei beni confiscati, quali sono i problemi e quali le soluzioni?
Su questo strumento che consideriamo uno dei più incisivi nella lotta alla mafia abbiamo presentato alla Camera, come opposizione, proposte molto articolate al fine di rendere veramente efficace il contrasto patrimoniale alle mafie. I primi provvedimenti adottati da questo Governo infatti, a partire dalla soppressione improvvisa e ingiustificata dell’Ufficio del Commissario straordinario, hanno danneggiato enormemente il lavoro svolto negli anni precedenti, seppur necessitasse di migliorie. Lo scopo della legge voluta da Pio La Torre e dal generale Dalla Chiesa, che avevano compreso la necessità di aggredire i patrimoni mafiosi già allora di dimensioni ingenti, è quello di restituire allo Stato quanto accumulato e reinvestito illecitamente dalla mafia. Sequestrando e confiscando il bene per poi riutilizzarlo per fini sociali non è solo un atto di contrasto alla criminalità, ma anche un segno altamente simbolico poiché incide sul consenso di cui godono i mafiosi.
Per questo è fondamentale che l’assegnazione del bene sia monitorata in ogni passaggio burocratico proprio per evitare che rientri nelle mani dei criminali o dei suoi prestanome.
Il tangibile valore economico del bene confiscato poi rappresenta un’ulteriore possibilità di crescita e sviluppo che coniugati con la legalità costituiscono il vero riscatto dal predominio mafioso.
Per questo abbiamo formulato precise indicazioni cui si dovrebbe ispirare una riforma seria della legge di cui cito solo alcuni punti principali come l’estensione del potere di proporre misure di prevenzione al procuratore nazionale antimafia, il superamento della subordinazione delle misure di prevenzione patrimoniale sull’esistenza delle misure personali, la prosecuzione delle procedure di prevenzione patrimoniale nei confronti degli eredi in caso di morte del proposto e la possibilità di assoggettare a sequestro e confisca i beni mafiosi individuati successivamente.
Quali sono le altre norme sulle quali ravvisate la necessità di nuovi e diversi interventi per rendere la lotta alla mafia prioritaria, seria a costante.
Cominciamo dal 41bis, il cosiddetto regime di carcere duro. In questa legislatura il Governo ha accettato dopo molte incertezze la proposta del Parlamento di stabilizzarlo superando finalmente quel carattere di temporaneità che richiedeva la necessità di proroga ad ogni legislatura. Preciso che sul punto è stata determinante la spinta proveniente proprio dalla opposizione in Commissione Antimafia. E’ ormai noto che la richiesta di abolizione del 41bis era tra i primi punti delle richieste formulate da Cosa Nostra nel “papello” avanzato agli interlocutori della “trattativa” da parte di Totò Riina. Come hanno potuto accertare molte sentenze. Proprio mentre avveniva il dibattito in Commissione dal carcere il boss corleonese Leoluca Bagarella si faceva portavoce di un proclama a nome di tutti i detenuti al 41bis nel quale sollecitava, senza mezzi termini, determinati settori della maggioranza parlamentare a mantenere quegli impegni che, a loro avviso, non erano stati mantenuti.
Tuttavia, nonostante il provvedimento, che, occorre sottolinearlo, in principio non era incluso nel disegno di legge proposto dal ministro Castelli, nel corso di questi anni si sono verificati numerosi episodi che hanno messo in evidenza come i boss mafiosi siano comunque riusciti a filtrare le maglie del carcere duro e a far pervenire all’esterno ordini e disposizioni ai propri referenti. La Commissione per questo aveva richiesto che venissero svolti controlli per verificare se alcune norme previste dalla nuova legge in materia di socialità, di numero di colloqui e di telefonate non stessero producendo un indebolimento dell’efficacia del sistema previsto dall’art.41bis.Il cui fine preciso è proprio quello di recidere in maniera quanto più profonda possibile il collegamento tra i detenuti e le cosche.
Sul fronte dei collaboratori di giustizia invece la Commissione sarebbe dovuta intervenire presentando un proprio progetto di legge che correggesse le eccessive limitazioni previste dalla normativa, riformulando, per esempio, la questione del pieno utilizzo dei 180 giorni di tempo concessi al collaborante per estendere l’elenco delle informazioni in suo possesso. Il caso di Antonino Giuffré e la mancata proroga concessa dal Governo sono un esempio di come andrebbe rivista l’interpretazione della legge.
Anche per i testimoni di giustizia, altro strumento importantissimo per la lotta alla mafia, occorre riprendere la serietà di un difficile cammino che in questa legislatura è stato seriamente compromesso da un governo che ha dimenticato e colpito duramente la vita di molti testimoni. Occorre inoltre sanare le moltissime disfunzioni ancora persistenti nel sistema al fine di incentivare la fiducia nei cittadini nei confronti dello Stato. Su questo versante è ancora moltissimo il lavoro da svolgere.
Onorevole Lumia, si chiude un’altra legislatura e Bernardo Provenzano è sempre latitante. Ha da poco compiuto i 73 anni e presto o tardi dovrà lasciare le redini di Cosa Nostra. Che scenari futuri ci possiamo immaginare a riguardo?
Innanzitutto occorre dire che la latitanza di Provenzano è da inserire proprio in quel contesto di relazioni intrattenute da Cosa Nostra con i vari poteri e che ha permesso alla mafia di diventare la potenza che è, benché ancora oggi si tenti di minimizzare il pericolo che comporta.
Certo poi il tempo passa anche per lui. Difficile immaginare come potrebbe comportarsi.
Potrebbe ritirarsi consentendo un morbido passaggio di mano, potrebbe lasciare le redini a quelli che per ora sembrano essere destinati alla sua sostituzione: Matteo Messina Denaro e Totuccio Lo Piccolo. Non è nemmeno decisione facile però, dato che in questo modo, per la prima volta dai tempi del triumvirato i corleonesi sparirebbero dal vertice di Cosa Nostra. Rimarrebbero però così intatti i rapporti ben collaudati con la politica e gli altri poteri, ed è un notevole vantaggio.
Oppure semplicemente potrebbe farsi da parte, consegnarsi, farsi arrestare, probabilmente non parlerebbe chiudendo così, senza traumi la sua storia e quella della sua famiglia di sangue. Non avrebbe l’incombenza di dover eleggere il suo erede e Cosa Nostra proseguirebbe da sola per la sua strada.
Potrebbe invece permettere che si torni alla violenza nei confronti delle Istituzioni. Non una strage, magari, forse solo un colpo. Per dimostrare che Cosa Nostra non è comunque meno della ‘Ndrangheta e per saldare il conto con il popolo delle carceri. Se lo Stato non dovesse reagire, avrà ricordato a tutti la potenza di Cosa Nostra, in caso contrario lo Stato per prima cosa scaricherà la responsabilità su chi ha preteso violenza e sulle carceri calerà il definitivo sipario. E lui potrebbe uscirsene di scena elegantemente, dimostrando ancora una volta che è il carattere collusivo la strategia vincente.
Rimane fuori discussione comunque che lo Stato e lo Forze dell’ordine che si sono impegnate in questi anni per cercarlo e devono continuare a farlo, e va anche sottolineato che al di là dell’alone mitologico che si è creato attorno a questa figura, la cattura di Provenzano non significa certo la fine di Cosa Nostra.
Per concludere anche sul tema delle stragi la Relazione di maggioranza ha avanzato tesi inaccettabili che negano la storia stessa. Quali sono i rischi di tali atteggiamenti e quali le direzioni da seguire per arrivare invece ad intravedere la verità?
Il primo rischio è quello della perdita della memoria storica. Non si può consentire che eventi delittuosi di una tale gravità vengano consegnati all’oblio, soprattutto per le tante domande sollevate dagli inquirenti che ancora sono rimaste senza risposta. Con il passare del tempo poi non si può fare a meno di constatare quali risultati abbia prodotto la strategia della violenza ingaggiata da Cosa Nostra sia al suo interno che al suo esterno. La forte azione repressiva dello Stato a seguito del biennio di sangue ha portato ad uno sconvolgimento nell’assetto di vertice dell’organizzazione il cui vertice che faceva riferimento a Totò Riina è stato progressivamente “consumato” per lasciare spazio all’egemonia di Bernardo Provenzano e alla tattica dell’inabissamento. Fondamentale per rigenerare tutti gli equilibri.
Allo stesso modo le indagini svolte hanno portato alla luce una pluralità di elementi che riconducono a soggetti esterni all’organizzazione interessati a raggiungere tramite la “vendetta mafiosa”, scatenatasi dopo la sentenza di Cassazione del gennaio 1992, risultati di tipo politico-eversivo in grado di interagire con il corso degli eventi politici e istituzionali di quel periodo, di frastornare l’opinione pubblica allarmandola con l’insorgenza di una nuova forma di terrorismo, quello mafioso, che richiama alla memoria strategie del passato, e soprattutto rendere inaccessibili alcuni settori del mondo finanziario-criminale minacciati dalle indagini di tangentopoli.
Sono moltissimi i punti rimasti oscuri che la Commissione Parlamentare Antimafia avrebbe dovuto, con un apposito comitato, approfondire e scandagliare per dare il suo contributo alla ricerca della verità. Il preciso e dettagliato elenco che abbiamo inserito nella Relazione di minoranza deve essere uno spunto affinché nella prossima legislatura si lavori anche in questo senso riprendendo un lavoro di inchiesta su casi mirati come ad esempio la vicenda del giornalista Alfano sulle orme dell’impegno già realizzato interno al “Caso Impastato”.
Ci auguriamo davvero che si tenga conto di tutte queste preziose indicazioni. Grazie.



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“Non candidate anche alcuni assolti”


All’appello del Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso di non candidare i politici inquisiti, l’ex Procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli - oggi alla guida della Procura Generale di Piemonte e Valle d’Aosta - risponde in un’intervista pubblicata su La Stampa. Il Pg, non solo condivide le motivazioni dell’appello <<si tratta di cose assolutamente condivisibili>>, anzi <per gli addetti ai lavori è un po’ come scoprire l’acqua calda e mi stupisco delle polemiche>> ma va oltre, sostenendo che dovrebbero rimanere fuori dalle liste elettorali anche alcuni assolti per insufficienza di prove o per prescrizione. Purtroppo la classe politica italiana ha sempre una certa tendenza ad “autoassolversi”, da qui l’invito che il magistrato fa ai politici a rileggere certe sentenze di assoluzione. <<Vorrei che tutti si accollassero la fatica di andarsi a rileggere le sentenze degli ultimi anni e si sforzassero di non ragionare per slogan>> perché <<si può essere assolti sul piano penale, ma censurati da un punto di vista politico e morale. I partiti politici ne dovrebbero trarre le conseguenze più opportune>>. Pertanto occorre interrogarsi, anche perché <<Se un personaggio pubblico non viene condannato perché nel frattempo quei reati si sono prescritti,  come lo si deve considerare da un punto di vista politico e morale?>>.



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Berlusconi: Le follie dell’imperatore


Roma. Di fronte alle ulteriori accuse alla magistratura fatte recentemente da Berlusconi (la cui volgarità si commenta da sola) ci uniamo totalmente al pensiero del sindaco di Londra Ken Livingstone (esponente laburista in pieno contrasto con il primo ministro inglese Tony Blair a causa della guerra in Iraq)  che senza mezzi termini ha detto: “Spero che tra non troppo tempo il popolo italiano decida di consegnare Silvio Berlusconi al cestino della storia, da cui non sarebbe mai dovuto emergere…”. Una speranza che tutti auspichiamo si traduca in un voto consapevole!
                             
Redazione di ANTIMAFIA Duemila


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