di Silvia Cordella
Se tutto il materiale probatorio dovesse essere utilizzato per la costruzione di una storia da raccontare sottoforma di romanzo o da rappresentare in teatro, la sua introduzione non potrebbe essere più efficacemente espressa dalle lapidarie, quanto terribilmente amare parole di Oscar Wilde: «L’ambizione è l’ultimo rifugio del fallimento!».
Con queste parole il pubblico ministero Gaetano Paci ha cominciato la sua lunga requisitoria al processo che vede imputati il dott. Domenico Miceli e Francesco Buscemi, per concorso esterno in associazione mafiosa.
Un’eccellente ed articolata ricostruzione dei fatti è quella che i pm hanno esposto ai giudici della terza sezione del Tribunale di Palermo, descrivendo con dovizia di particolari il panorama delle convergenze politico-mafiose palermitane legate alle regionali siciliane del 2001.
«Pur con tutti i limiti che il processo giudiziario ha, rispetto alla narrazione letteraria – ha detto Paci – alle storie dei due protagonisti principali, se ne intrecciano quelle di molte altre che le carte processuali racchiudono». Sì. Infatti il processo si rinsalda a quello ancora in fase dibattimentale, sulle cosiddette “Talpe”, nel quale un imputato eccellente come il due volte Presidente della Regione siciliana Totò Cuffaro, deve rispondere di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
Gli addebiti mossi in questo procedimento dai pubblici ministeri sono gravi: a quelle elezioni regionali, seppur con un ruolo in ombra, vi aveva partecipato e vinto, il capo del mandamento di Brancaccio Giuseppe Guttadauro.
Una frase ad effetto che deve scuotere il lettore a destarsi dal sonno dell’illusione che in Sicilia, a quelle regionali, la mafia non c’era. Ipotesi che viene letteralmente sbriciolata dalla risultanza delle centinaia e centinaia di intercettazioni ambientali a casa del boss, riscontrate ulteriormente dalle dichiarazioni di altri due personaggi principali che a quelle regionali, in modo differente, hanno dato un grosso contribuito: Salvatore Aragona e Francesco Campanella. Il primo, medico, condannato già per concorso esterno in associazione mafiosa è vecchio amico di Miceli, Cuffaro e Guttadauro. Il secondo, legato alla cosca di Villabate, in particolare a Nicola e Nino Mandalà, è responsabile tra le altre cose di aver fornito la carta d’identità falsa a Bernardo Provenzano per il suo viaggio a Marsiglia.
In aula vengono snocciolate le parti salienti delle intercettazioni che dimostrano non solo la consapevolezza del dott. Miceli di trovarsi di fronte alle richieste mafiose di un boss, ma di aver consapevolmente assunto un ruolo di intermediario, per veicolare le richieste del Guttadauro all’on. Cuffaro.
Una vicenda secondo Paci che «può essere metaforicamente considerata una rappresentazione moderna di un dramma antico sulla parabola discendente, in questo caso, dell’uomo contemporaneo mosso dall’ambizione. Infatti – ha aggiunto il pm - vedremo come tutti i protagonisti di questo processo, non solo i due imputati ma anche quelli che formalmente ne sono estranei, sono accomunati per avere dato prova di aver agito in preda ad un vero e proprio delirio di onnipotenza, mossi da un’esauribile sete di ambizione personale che li ha condotti a sacrificare brillanti carriere professionali, affetti personali famigliari e addirittura a coinvolgere anche i propri congiunti nelle trame inestricabili e perverse dell’organizzazione mafiosa. Per questa ragione quindi, tutti i protagonisti, hanno comunque finito oggettivamente e soggettivamente per favorire il sostegno e il rafforzamento di quella terribile macchina di morte che è l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra, al cui abbraccio mortale è il caso di dire, non sono stati in grado di sfuggire».
Le udienze che hanno preceduto questa requisitoria sono state numerosissime dal 6 luglio 2004. Sono stati sentiti molti testimoni e imputati di reato connesso e ascoltate innumerevoli trascrizioni di intercettazioni ambientali e telefoniche poste al vaglio dei periti incaricati.
Una mole enorme di materiale acquisito agli atti del processo, il quale vagliato più e più volte anche dal Tribunale del riesame è stato ritenuto sempre gravemente indiziario di colpevolezza nei confronti di Miceli e Buscemi. Il primo scarcerato per l’avvenuta cessazione delle esigenze cautelari, il secondo per ragioni di salute.
«Il numero quindi e la qualità dei giudici che nel corso della fase dibattimentale hanno avuto modo di occuparsi della posizione dei due imputati – continua Paci – sia pure sotto lo specifico angolo visuale degli elementi attinenti allo status libertatis, ritiene il pubblico ministero, che fughi qualunque dubbio sulla possibilità che in questo caso si sia voluto imbastire quello che solitamente si definisce un “teorema giudiziario”, un’ipotesi di accusa, una artificiosa creazione per fini oscuri di una prospettazione accusatoria. Null’altro invece che il doveroso corretto e rigoroso esercizio del controllo di legalità prima investigativa adesso processuale della Dia nell’ambito di questo ma anche degli altri processi a questo connessi come quello a carico dell’on. Cuffaro, dell’on. Borzacchelli e del maresciallo del Ros Giorgio Riolo».
I brogliacci
nella sala ascolto
Paci ripercorre le linee essenziali delle indagini che hanno portato all’istruzione del procedimento e che già dal ’99 erano in fase di attuazione. Si parte dell’inchiesta che mirava a monitorare lo stato patrimoniale dei territori della famiglie mafiose palermitane come quella di Brancaccio. Il Ros tendeva a verificare i mutamenti che erano avvenuti sul territorio, dopo le grandi operazioni di polizia giudiziaria tra il ’95 e il ’96 che avevano portato a decimare il gruppo Bagarella, Spatuzza, Mangano e dei Graviano.
Il dott. Guttadauro, in seguito alla sentenza di un processo stralcio del maxiprocesso dell’87 e al processo “Golden Market” anche lì condannato con sentenza definitiva, era risultato essere nulla più che il capo della famiglia di Roccella. Comunque subordinato ai Graviano, i quali, benché fossero in carcere, mantenevano la titolarità del mandamento. In quello stesso periodo si scopre, attraverso una “cimice” piazzata nella casa del chirurgo del Civico, che per lui era arrivato il momento di spostarsi nel suo nuovo appartamento di Brancaccio per assumerne la reggenza del mandamento. Scatta così l’inizio di una operazione di controllo della casa ancora disabitata, condotta dal maggiore Scafuri. Tra gli agenti della squadra del Ros vi era il maresciallo Giorgio Riolo, allora vice responsabile tecnico delle intercettazioni. La sua qualifica gli dava il permesso di accedere alla sala ascolto dove vi erano i memoriali di servizio e dove si trovavano i brogliacci che lo stesso Riolo doveva consultare. Da questa sala si scopriva che Guttadauro era al centro di un importante raccordo delle famiglie mafiose palermitane. Il medico infatti risultava essere l’unico tra tutti i capi, rimasto in stato di libertà (tutti gli altri erano detenuti o latitanti), diventando ben presto il punto di riferimento di tutti i mandamenti della provincia.
La casa di Guttadauro era una sorta di quartier generale del mandamento mafioso. Il dott. Luigi Fabio Scimò, suo braccio esecutivo, ci si recava tutti i giorni per avere ragguagli e indicazioni su affari mafiosi, questioni di ingerenza da sistemare ed estorsioni. E tutto questo lavoro di coordinamento il dottore lo faceva in totale tranquillità, vantandosi di avere “le macchinette” per scovare le “cimici” dei carabinieri. Poi un giorno venne registrata una “voce nuova”, era quella del dott. Miceli. Gli inquirenti capiscono subito che le indagini avranno una svolta importante ma non si aspettano una cosa del genere ad appena un mese dall’inizio dell’attività d’intercettazione.
“Ah … ti saluta Mimmo Miceli !”
È il 1 febbraio 2001, l’argomento fra i due interlocutori è di carattere politico. Lo stupore iniziale viene attenuato dal fatto che quel nome era stato captato dalle microspie già il 7 ottobre ’99. Guttadauro, uscito di galera da 4 o 5 mesi, era stato registrato mentre parlava con il suo fidatissimo cognato Vincenzo Greco anche lui con un ricco excursus processuale (condannato in primo grado davanti al Gup, poi assolto in Appello e ora ha un ricorso della procura pendente in cassazione). Si stavano preoccupando in modo costante di organizzare un colossale affare immobiliare. La conversazione aveva come oggetto proprio la vendita di quegli appezzamenti di terreno (alcuni appartenenti alla famiglia mafiosa dei Greco), che erano stati posti sotto osservazione dagli inquirenti, in parte situati tra l’area industriale di Brancaccio e il territorio di Villabate. Per quel progetto molti personaggi si adoperarono seguendone le fasi e l’evoluzione: dalla stesura del piano regolatore nel comune di Palermo, alla vendita dei terreni, fino ad arrivare alla multinazionale interessata all’affare. Si parlava della necessità di trovare uno sponsor e di un geometra su cui fare affidamento. Ed è qui che Guttadauro esordisce al cognato: «che vi siete visti anche con… come si chiama …con Mimmo Miceli?», il quale risponde: «ah…ma ti saluta Mimmo Miceli!».
Con l’ex assessore, il medico del Civico ha in effetti un rapporto di colleganza che risale alla fine degli anni Ottanta. Tra i due era poi nata un’amicizia, confermata dalle indagini in tre tappe: nel ’93, nel ’99 e nel 2001. Il fatto però è che i discorsi a casa del boss andavano ben oltre la semplice condivisione di un rapporto di vecchia amicizia, «innestandosi in una trama ridefinibile di scambio politico-mafioso».
Nell’appartamento di Via De Cosmi 15 si parla infatti di votazioni e della scarcerazione di Guttadauro. Si fa più volte riferimento alla candidatura di Miceli e dell’on. Cuffaro, ed ancora al sostegno dato a quest’ultimo alle europee del ‘99 da Carlo Guttadauro, fratello del boss, il quale era stato detenuto per associazione mafiosa, condannato a 10 anni in primo grado e poi assolto successivamente. Da qui il riferimento chiaro al rapporto condiviso con la politica: «Se ci fosse stato mio fratello Carlo, io non mi sarei occupato di politica. Ricordati di quello che lui ha fatto per le europee, ricordati di quello che lui ha fatto per le comunali di Bagheria… ». «Certo che me lo ricordo, lo so bene – dice Miceli – tant’è che lui a Totò lo aiutò brillantemente in quelle occasioni».
Avere qualcuno che dica “Signori miei!”
Il pm sviscera punto per punto tutti gli episodi che hanno dato prova di quanto Miceli fosse consapevole della caratura mafiosa del suo maestro, al quale più volte si era affidato per “risolvere” alcune situazioni difficili. Una tra tutte, quella del professore Leo Sutera, il quale in attrito con Miceli a causa di una vicenda sanitaria che aveva riguardato la figlia, non lo salutava nemmeno più. Guttadauro aveva rassicurato il suo giovane interlocutore dicendogli che avrebbe risolto il problema, chiaramente nei termini a lui più consoni: «non ti preoccupare ca ora ci mannu a dire ca tu si amicu mio!».
Ma chi era Leo Sutera? Chiede il pm, perché tutta questa agitazione?
Leo Sutera era un esponente mafioso del mandamento di Agrigento. Uno dei capi della Cosa Nostra agrigentina vicino a Maurizio Di Gati. Guttadauro, non conoscendolo personalmente, arriva a lui attraverso Angelo Provenzano, altro esponente di spicco proveniente da Burgio (Ag), ma operante a Palermo per questioni professionali. Il loro incontro lo accertano i pedinamenti degli agenti del Ros che conoscono bene Angelo Provenzano, dalla cui casa di via Bergamo dove risiedeva, erano partite le ricerche per la cattura di Bernardo Provenzano. La situazione si risolve, tanto che 20 giorni dopo, Miceli soddisfatto esordisce: «Ho incontrato Leo Sutera che mi ha salutato allegramente!». Il padrino di Brancaccio che aveva tutto l’interesse di “coltivarsi” il ragazzo, lo aiuta in ogni modo raggiungendo così il suo scopo. In quella stessa conversazione si parla anche di elezioni politiche e in particolar modo delle Regionali perché per le nazionali «i giochi sono già fatti». Guttadauro aveva esordito: «L’unico che può fottere Orlando alla Presidenza della Regione è Totò Cuffaro… ci si può parlare con Totò» e Miceli: «Penso di si!», ed ancora Guttadauro: «no, io penso di si, lui aveva rapporti… io lo conosco bene non è che non lo conosco … è chiaro che non ci vado ma a me occorrerebbe ca iddu ci facissi entrare.. di mettere in lista un avvocato». Miceli fa quello che deve fare. Va da Cuffaro e gli riporta la richiesta di Guttadauro, poi ritorna dal boss e gli dice: «Totò ha detto va bene» apriamo questo rapporto. Ed è in questo contesto che il boss si premura di ricordare il suo principale obiettivo: quello di migliorare le condizioni “di quei disgraziati” dell’Ucciardone. Per il capomandamento di Brancaccio, osserva il pm, l’universo carcerario è l’espressione del suo attaccamento con Cosa Nostra, una sorta di cordone ombelicale che come diceva Giuffrè: «attiene al suo mandato». Un ordine impartitogli al momento della sua scarcerazione e che puntualmente si ricorda di adempiere. «Il mio obiettivo – sempre parlando con Miceli – è quello di arrivare a quella gente che è carcerata. Per avere qualcuno che possa parlare e dire “Signori miei”, che ogni tanto spenda una parola in una certa maniera. Io non ho obiettivi né di appalti, né di piccioli, né di cazzi, né di mazzi». Cioè, osserva Paci “io non ho obiettivi personali, di arricchire me e la mia famiglia”, l’interesse di Guttadauro è ben più alto. Si tratta di interessi “superiori”, collettivi dell’organizzazione mafiosa. A questo punto, osserva sempre il pm, il dottore Miceli avrebbe dovuto alzare i tacchi ed andarsene poiché dinanzi a discorsi moralmente a lui lontani. Invece no. Ascolta, dopodiché afferma: «ma no, per carità», ed ancora Guttadauro: «la politica spiccia di questi signori che ci prendono in giro, che ci promettono le cose e poi non fanno niente, a me non interessa… noi dobbiamo fare», incalza Miceli: «ma io parlo di un obiettivo politico». Miceli dunque – osserva ancora Paci – sposa la linea strategica di Guttadauro finalizzata a ridimensionare la legislazione di contrasto alla mafia, intanto con l’alleggerimento delle condizioni dei detenuti come un obiettivo politico suo. E lo dice lui – sottolinea ancora il pubblico ministero – il pm lo deve solo leggere, non ha bisogno di ricostruire. Inoltre, «Ci sono altri riferimenti nelle conversazioni registrate, sulla questione carceraria che riguardano l’esigenza di creare anche un movimento di opinione, evidentemente strumentalizzando anche le legittime prese di posizione di ordine politico, giornalistico e così via da parte di chi ha la visione di queste cose garantista. Strumentalizzando le idee di persone in buona fede».
Anche se Miceli non avesse detto più nulla – commenta ancora il pm - come si può sostenere che egli non fosse consapevole della connotazione del ruolo criminale di Guttadauro? Solo se vogliamo prenderci in giro, possiamo arrivare a una conclusione di questo genere.
E per incidere più profondamente nella legislazione del problema carcerario, Guttadauro fa riferimento all’esigenza di interloquire attraverso Miceli e l’on. Cuffaro con l’on. Buttiglione «per poter sensibilizzare questa formazione politica». «Perché – afferma il boss – non è per me personalmente… perché a me tutto sommato… quando hai 65 anni, mi danno la pensione, se Dio vuole posso campare con quello che ho».
La fiaba dell’allievo e del buon maestro
In Mimmo Miceli, che nel frattempo non solo raccoglieva ma suggeriva anche le forme migliori per realizzare le richieste del suo “padrino”, cresceva la paura di essere pedinato. Per una questione di cautela, Guttadauro quel 28 di aprile 2001 non aveva voluto i volantini elettorali di Miceli. «Se arrivano gli sbirri – aveva detto – e mi chiedono, io gli dico “io in campagna elettorale anzi si e no, non me li lasciare … poi me li lasci un’altra volta. Io problemi non me ne creo Mimmo, perché io a te problemi non te ne voglio creare. Per questo io mi sto muovendo in questo modo così prudente, non sono stupido». Il dott. Guttadauro infatti aveva avvisato tutti i suoi sodali di tenersi pronti a sostenere «un picciotto “nostro”», del quale non aveva ancora ufficializzato per precauzione il nome. «Non sono stupido – continua ancora – o tu sei semplice dottore o diventi onorevole regionale o diventi presidente della Repubblica io cercherò di salvaguardarti più di quello che sono capace di fare, di non crearti problemi con gli sbirri perché io gli unici problemi che ti posso creare sono con gli sbirri. Con gli altri io i problemi te li posso solo risolvere, mi spiego? E sono in condizione di risolverteli tutti!». Anche qui il boss dimostra fermezza e lucidità consigliando al suo candidato la strategia migliore per fronteggiare eventuali indagini giudiziarie. Cosa che la dice lunga sulla linea difensiva dell’imputato, secondo la quale, con l’ex Chirurgo i discorsi erano attinenti all’esercizio della professione sanitaria. Una tesi, secondo i pm, preconfezionata a casa Guttadauro. «Ammettiamo che ti hanno seguito.. si ma tu a un certo punto.. tu medico in clinica chirurgica, potevi pure avere l’affetto di venirmi a trovare ogni tanto». Ma se questo fosse stato reale, se davvero Miceli si fosse avvicinato al dott. Guttadauro solo per un rapporto di solidarietà umana, dopo l’esperienza del carcere del suo maestro, sentendo i discorsi che uscivano da quella bocca «Miceli se ne sarebbe dovuto andare indignato». Invece no, denotano i pm, Miceli spesso risponde «va bene!» e rilancia chiedendo a lui i finanziamenti per la sua campagna elettorale, servendosi delle sue alleanze mafiose per ottenere un corposo pacchetto di voti. Gliene sarebbero bastati 5.000 o 5.500. Ne aveva invece ottenuto 6.200, superando inaspettatamente la soglia considerata sufficiente a garantirne l’elezione. Miceli tuttavia era arrivato il primo dei non eletti, perché i voti di Cosa Nostra erano stati frazionati ad appoggiare diversi candidati.
La famiglia mafiosa di Villabate per esempio appoggiava Giuseppe Acanto, altri segmenti mafiosi Antonio Borzacchelli, altri ancora Antonino Cosimo D’Amico, i boss Bonura e Rotolo caldeggiavano l’elezione di un loro candidato di Forza Italia, Francesco Paolo Cerami, altri sostegni erano indirizzati verso l’on. Mercadante.
Ma Guttadauro voleva un referente diretto e “Mimmo” “gli stava troppo bene!” perché lui era legato da rapporti di vecchia data, erano amici, così come con l’on. Cuffaro e Salvatore Aragona. «A noi – diceva a Francesco Buscemi – interessa la linea diretta con Totò Cuffaro e non può non essere che questo il nostro candidato (mostrandogli un fax-simile della locandina elettorale)», ed ancora, in un’altra conversazione con il dott. Giammarresi «Speriamo che le cose vadano in porto perché stavolta chi comanda, lo fa per 5 anni. È finito il rapporto: io ne appoggio 1, tu 2. “Noi” ne dobbiamo avere 1. O uno è in rapporto diretto con qualcuno o se no, non ci esce niente. Questo qua (Mimmo Miceli) è come se fossi io». Ricordiamo che si sta parlando di un uomo condannato 2 volte per mafia, cosa risaputa dall’opinione pubblica e dallo stesso ex assessore che il 9 febbraio 2001 si precipita a casa del Boss, presentandogli degli articoli di stampa, inerenti la questione mafia – politica che in quei giorni allarmava alcuni esponenti politici. Più in particolare “L’espresso” pubblicava un’intervista all’on. Carlo Vizzini, il quale denunciava i tentativi di infiltrazione mafiosa “di ben individuati gruppi criminali” nel progetto del Centro Commerciale di Brancaccio. Il Ros infatti stava già lavorando dal ’99 su questo punto, e aveva individuato in Guttadauro il personaggio in ascesa nel gotha di Cosa Nostra.
Ma questa spasmodica voglia di andare a trovare Guttadauro per questioni professionali e amichevoli, come sostiene invece la difesa, non trova effettivi riscontri perché Guttadauro stesso, osservano i pubblici ministeri, non può più fare il medico essendo stato espulso dall’Ordine dei medici per i suoi problemi con la giustizia. Inoltre, costretto dalle restrizioni giudiziarie che lo limitavano nei suoi movimenti (dalle 20:00 aveva l’obbligo di dimora a casa e non poteva uscire da Palermo), non avrebbe potuto garantire efficacemente se non attraverso il vincolo associativo di Cosa Nostra, l’aiuto politico e non solo, che il dott. Miceli chiedeva.
“Per le Regionali
a me … mi stava benissimo!”
«Guttadauro non ha preso mai in giro nessuno – ha osservato Di Matteo – né i mafiosi con i quali parlava la mattina, né gli altri capimandamento, non ha mai preso in giro Miceli, né Aragona e neanche l’on. Cuffaro. Ha detto fin dall’inizio qual era il suo scopo. In una prima fase Guttadauro aveva individuato nell’avv. Priola il candidato di riferimento e nel Miceli colui che avrebbe dovuto perorare con il Cuffaro l’inserimento in lista del Priola o per le nazionali del maggio 2001, ma preso atto che “i giochi erano ormai fatti”, per le successive regionali. Miceli fin dal 1 febbraio 2001, aveva immediatamente sposato la richiesta di Guttadauro per questo suo ruolo di intermediario ed aveva dato corso alla richiesta». Di Matteo prosegue la sua esposizione, raccogliendo tutte le carte che dimostrano il collegamento di numerose circostanze avvenute in ordine a questioni economiche, politiche e strategico mafiose, sulle quali Guttadauro contava. Il boss voleva inserire all’interno delle Istituzioni, uomini di sua fiducia che fungessero da presidi di affidabilità e di permeabilità soprattutto nel settore della Sanità. «Signori del Tribunale – ammette Di Matteo – vi confesso che solo alla decima rilettura delle trascrizioni siamo arrivati a sottolineare un dato: la prima richiesta che Miceli porta a Cuffaro è quella di riservarsi un posto nella lista dei candidati alle regionali del 2001, per un candidato di cui Guttadauro avrebbe indicato il nome».
Si trattava del suo legale, il quale però non era ben visto dall’on. Cuffaro, non perché fosse il referente di un mafioso, osservano i pm, ma perché non lo riteneva politicamente “dei nostri”. Il Governatore aveva lamentato al Miceli che l’avvocato si era presentato a Roma durante un congresso, pretendendo un collegio alla Camera oppure un posto nel listino. «A me – aveva detto il Governatore - mi è arrivato un segnale per una candidatura alle regionali che mi stava benissimo ma io non sono in condizioni di trovare un posto nel listino perché su 5 deputati uscenti, nel listino ce ne andranno due dei 5, quindi già ci sarà “sciarrìa” tra questi 5. E allora che fa, non ci siamo capiti? ». Miceli, che in quel momento stava riportando a Guttadauro le parole del Presidente siciliano, ha continuato: «Totò mi venne a cercare subito. “Mimmo – dice – ma como finìu”. Io ci dissi – “Totò ma stai scherzando?” e lui “Mimmo, ma a chi mi manda! Perché non sceglie gente più …”». Cuffaro dunque manda Miceli da Guttadauro per chiedere spiegazioni, il quale risponde: «tu ci vai a dire così, che probabilmente non si sono capiti con lui». In ogni modo per Guttadauro, Priola non era “una conditio sine qua non” affermando: «all’avvocato ci dico di fare l’avvocato». In questo contesto matura l’esigenza di candidare Mimmo Miceli nella lista del Presidente, una scelta non tanto in sostituzione dell’avvocato ma valutata come la più consona quale punto di riferimento più affidabile.
Miceli accetta dunque di buon grado questo suo ruolo di tramite, per quella che viene definita dal dott. Di Matteo una vera e propria trattativa intercorsa tra il boss Guttadauro e l’on.Cuffaro.
Era da poco entrato in scena anche Salvatore Aragona chiamato dal suo amico Miceli per sbloccare la questione Priola. Ad aprile del 2001, Aragona incontrerà almeno due volte Cuffaro e almeno due volte Guttadauro. Tra il 9 e il 14 di quello stesso mese si discuteranno i termini di finanziamento della campagna elettorale di Miceli. Questa candidatura è la conclusione felice – ha detto Di Matteo - di questa trattativa a distanza. È la conclusione che soddisfa tutti: Guttadauro che lo preferisce a Priola, Cuffaro che finalmente sosteneva “è uno dei nostri” e soddisfa anche Aragona. Una candidatura che comunque desta lo stupore dell’on. Nino Dina, grande amico di Cuffaro e suo più stretto collaboratore, il quale, chiamato a deporre come teste della difesa ha affermato: «Capii che c’era stato un cambio di rotta!». Dina infatti era stato designato come il candidato principale dopo Cuffaro, e Miceli sarebbe dovuto essere il suo maggiore procacciatore di voti. La presentazione di Miceli in lista era stata un’autentica “doccia fredda” per Dina. Una scelta che non era nemmeno stata preventivamente discussa tra i due maggiori esponenti dell’Udc, cosa che aveva spinto l’on. Dina a inoltrare le sue rimostranze all’on. Cuffaro.
Ma il ruolo di tramite, Miceli ha continuato a svolgerlo anche dopo le elezioni, rispondendo alle richieste che pervenivano da Aragona e Vincenzo Greco. In più occasioni ha inoltre riferito a Guttadauro e Aragona le notizie riservate, concernenti attività di indagine in corso. «In un primo momento riguardante quella del Ros su Guttadauro, poiché la stessa era sfociata in attività di ascolto. Così di fatto – ha detto Di Matteo – ha creato le basi affinché Guttadauro trovasse le microspie nel suo salotto, in modo che venisse meno l’efficacia investigativa di un’indagine che non è assolutamente esagerato definire storica e che ha già portato a dei risultati giudiziari assai significativi e che sicuramente ne avrebbe potuto portare molti altri». Basti pensare che gli inquirenti attraverso Giuseppe Guttadauro volevano arrivare a scovare il boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro, latitante dal ’93 e considerato al vertice insieme a Salvatore Lo Piccolo della leadership di Cosa Nostra.
A braccetto
col carabiniere
La campagna elettorale entra nel vivo della sua attività e Mimmo Miceli cercherà per prudenza, di non frequentare la casa del boss. I rapporti saranno mediati da Greco e Aragona (che nel frattempo cerca di reperire i fondi per la campagna elettorale a Milano). Questo però non prima di ricevere ogni sorta di consiglio. Guttadauro lo avvisa che per qualsiasi problema deve rivolgersi a lui, «Mimmo, io te lo sto dicendo davanti a tuo padre. Tu puoi andare dove vuoi (per la propaganda elettorale), dove ritieni opportuno di andare senza chiedere il permesso a nessuno, poi chi ha qualcosa da dire a seconda di quale “lato è” (famiglia mafiosa ndr) vuol dire che ci parlo io. Sono abbastanza chiaro?». Investito dalla benedizione del suo “padrino”, Miceli affronta la campagna elettorale raggiungendo il consenso anche di alcuni esponenti mafiosi esterni al mandamento di Brancaccio. È il caso di ricordare i dialoghi registrati del settembre 2005 tra Bonura, Rotolo e Cinà, i tre capi mandamento palermitani che rappresentavano un vero e proprio direttorio di Cosa Nostra. Le loro conversazioni hanno confermato che nel 2001 era arrivato l’imput preciso di Guttadauro di “portare” Miceli. Tanto che Bonura era esploso dicendo: «ma non è che posso andare sotto sempre io», ed ancora: «6 anni fa il dott. Guttadauro aveva parlato con voi, aveva impegni e lo fece tagliare (a Cerami, suo nipote ndr), perché dice che doveva portare a Miceli (…) come se quello era figlio di nessuno».
Un ordine, quello impartito da Guttadauro, che trova riscontro anche nelle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Francesco Campanella, il quale aveva affermato che i suoi zii, i famosi Cottone, esponenti storici della famiglia mafiosa di Villabate vicini alla famiglia Greco di Ciaculli, avevano fatto smantellare il gazebo della propaganda elettorale di Acanto Giuseppe. Una cosa che aveva destato la perplessità del nipote Campanella che si trovava in prima persona a favorire la sua candidatura. Campanella aveva chiesto la motivazione di quell’atteggiamento a Nicola Mandalà, capo della famiglia mafiosa di Villabate, il quale dopo qualche giorno gli fece sapere che “le alte sfere” di Cosa Nostra, quindi Provenzano aveva dato libertà ai Cottone, di appoggiare la candidatura di Miceli “perché quella era voluta da Guttadauro”.
Uno dei Cottone era poi divenuto intimo di Miceli e fu assunto alla Multiservizi proprio quando Miceli, premiato da Cuffaro, ne era diventato Presidente.
Guttadauro da casa sua e attraverso i suoi uomini dispiegava tutte le forze possibili per aiutare il suo referente politico, un impegno che doveva essere compatto il più possibile, “lavorando come in una squadra” diceva Giammarresi, per “crescere insieme” sosteneva Buscemi, e il boss li rassicurava che lui “le cose le poteva dare tutte” con l’unica eccezione che “non poteva camminare per la strada”.
Il boss inoltre consigliava Miceli di estendere la sua campagna elettorale in tutti i territori e di chiedere a Totò Cuffaro di presentargli Nino Vitale, “U Pinnareddu”, uomo d’onore di Villabate ed esponente di fiducia del Presidente, il quale non si era risparmiato dall’andarlo a trovare mentre si trovava ai domiciliari per omicidio. E poi ancora, Guttadauro appoggiava il suo candidato nell’idea di andare «a braccetto per tutta la provincia» con il colonnello dei Carabinieri Milillo. Originario di Sambuca, ma operante a Roma. «Se non me lo dicevi tu, te lo dicevo io di stringerti a braccetto con queste persone!», aveva accondisceso soddisfatto Guttadauro. Lo aveva istruito inoltre a soprassedere di fronte «al certificato penale» dei suoi elettori. «Vedi, ti puoi accompagnare ai Carabinieri però non devi mai dare l’idea di non voler avere rapporti e di non voler avere i voti di un altro tipo di elettorato: quelli col certificato penale sporco». Aggiungendo «vedi secondo me, Cuffaro la svolta quando l’ha avuta? Quando si mise a ittari vuci in televisione (si riferisce quando era intervenuto a Samarcanda in difesa dell’on. Mannino), ha dimostrato di aver carattere senza nessun problema. Tu vedi che a parità di cose tu devi dimostrare che devi parlare con l’elettore. Non vuoi parlare con i carabinieri? Non vuoi parlare con i mafiosi? Devi parlare con l’elettore. Tu non hai bisogno di chiedere il certificato penale, accompagnati a tutti e vai dove vuoi. Faglielo capire questo al tuo interlocutore, chiunque esso sia, mi sono spiegato?».
In tutta questa vicenda, ricca di significativi riscontri i molti personaggi che hanno assunto un ruolo di trait-union tra il Guttaduro e l’on. Cuffaro, interfaccia delle Istituzioni pubbliche, hanno ricevuto in cambio un tornaconto personale in termini economici o di potere.
Il motivo che induce Miceli a frequentare la casa di Guttadauro, ha sostenuto Paci, è quello di essersi assunto un compito forse più grande di lui, visto che ne è rimasto schiacciato.
Rimane comunque il suo grado di consapevolezza, ha poi detto Di Matteo, nel rapportarsi a un mafioso del calibro del dott. Guttadauro che si è concretizzato nel contributo all’organizzazione mafiosa Cosa Nostra. Un delitto che l’accusa non esita a definire per l’imputato Miceli di concorso esterno in associazione mafiosa. Infatti, ha esplicato ancora Di Matteo, pur non stabilmente inserito nella struttura organizzativa dell’associazione, Miceli, ha fornito una condotta rilevante che protratta in un lungo lasso temporale e articolata in più direzioni, occasioni e circostanze, ha rafforzato l’organizzazione criminale. Un rivigorimento non solo del mandamento di Brancaccio che faceva capo a Guttadauro ma con la piena consapevolezza e volontà, di contribuire alla realizzazione di importantissimi segmenti del programma criminoso di Cosa Nostra. Il ruolo di Miceli si è protratto anche dopo le elezioni regionali del 2001, continuando a fare da tramite fra il boss di Brancaccio e l’on. Cuffaro, prospettando sempre a quest’ultimo fedelmente le richieste del Guttadauro e fornendo al Guttadauro le rispettive risposte di Cuffaro.
In tutto questo processo «il dott. Miceli, Signori del Tribunale – ha ancora esposto Di Matteo – non si è potuto liberare però di un peso», ossia «la preoccupazione di dover difendere anche altre persone e in particolare l’on. Cuffaro», i sui tentativi di deresponsabilizzare se stesso e l’attuale Presidente della Regione con frasi come “ma io a Guttadauro cercavo di prenderlo in giro”, sono fortemente contrastanti e paradossali quanto incompatibili con quello che lui ha detto nelle intercettazioni ambientali a casa del boss.
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Medici compiacenti, un sicuro appoggio per Cosa Nostra
La requisitoria del processo Miceli è continuata anche il pomeriggio del 16 ottobre proprio mentre il presente numero sta per andare in stampa. Ci riserviamo però una piccola anticipazione che sarà poi approfondita nel prossimo dossier di Antimafia. Il pm Di Matteo dopo un breve riepilogo sulla candidatura delle elezioni regionali del 2001 che aveva visto Miceli, protagonista di un trait-union tra l’on. Cuffaro e il dott. Guttadauro, ha proseguito affrontando un tema che si allarga a un interesse ancora più generale di tutta Cosa Nostra: l’infiltrazione dell’organizzazione criminale nelle attività amministrative.
Di Matteo, ha sottolineato come il settore della Sanità in particolare, sia da sempre uno degli obiettivi più importanti dei boss, non solo per motivi prettamente economici a causa dell’enorme quantità di denaro che caratterizza la sua gestione, ma anche per avere dei forti punti d’appoggio.
“Per un mafioso di rango qual è il dott. Guttadauro, nulla è più importante del poter disporre in ogni evenienza di un medico disponibile e magari affiliato all’organizzazione”. Il riferimento cade su tutti quei medici che hanno avuto in cura boss e latitanti o che si sono resi disponibili a diagnosi compiacenti da sfruttare in sede processuale. Cosa che anche alcuni di loro, legati a questo processo, non si sono risparmiati di fare.
SC.
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Castelvetrano, l’altra Palermo
Secondo l’analisi dell’ex direttore dell’Ospedale “Cervello” di Palermo, Florindo Mazzucco il grosso bacino elettorale dell’on. Mannino poteva rappresentare un ostacolo alla campagna di Mimmo Miceli. Mazzuco aveva così consigliato Miceli di rivolgersi al dott. Antonino Vaccarino di Castelvetrano, il quale poteva intervenire anche con l’on. Grillo.
Vaccarino da sempre operante nella città del trapanese, era stato condannato nel ‘97 con sentenza che era poi diventata definitiva e che ne riformava in parte una del ‘95 per traffico di droga e partecipazione in associazione mafiosa. Dopo essere stato condannato in primo grado e poi assolto per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano Pino Lipari, l’immagine di Vaccarino era nota pure a Miceli. Guttadauro che d’altra parte vantava in quel mandamento un radicamento pari a quello della città di Palermo e Bagheria, per via dei suoi rapporti di parentela con il boss Matteo Messina Denaro (il Fratello Filippo è marito di Rosalia Messina Denaro, sorella del latitante ndr), non se l’era fatto ripetere due volte. Per arrivare a Vaccarino avrebbe contattato il suo ex compagno di cella, il notaio Pietro Ferrara.
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Legami occulti in Cassazione
Il vincolo massonico del padre di Mimmo Miceli poteva tornare utile in Cassazione. Questa una delle carte che il dott. Giuseppe Guttadauro, si riservava di giocare grazie al legame con l’ex assessore di Palermo.
Guttadauro sapeva dell’appartenenza alla massoneria di Giovanni Miceli e del fatto che lo stesso era stato appoggiato nella sua campagna elettorale da Angelo Siino e da Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontade, nonché genero di Paolino Bontade, la quintessenza di Cosa Nostra degli anni Ottanta.
Guttadauro consigliava il medico di “coltivarsi” i rapporti del padre con soggetti appartenenti a una delle più importanti organizzazioni massoniche operanti in città, perché così diceva testualmente: “si può vedere qualche cortesia per la Cassazione”. Miceli, rispondeva che il papà si era allontanato dalla loggia e che non avrebbe potuto fare più di tanto. Ma Guttadauro che di certi discorsi è veterano contestava all’allievo che “anche se ci si allontana non per questo il rapporto viene meno, perché si cade “in sonno””. Una puntualizzazione quella del boss, che lascia intravedere la sua conoscenza in merito a questo tipo di consorteria occulta e alla propria terminologia interna, “perché anche se si cade in sonno… - ha continuato il boss - anzi a questo punto si può avere non solo qualche cortesia per la Cassazione ma anche per te, per le regionali”.
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Cardinale: Piacentino irreperibile
“…se avessero voluto mi avrebbero trovato!”
Il Tribunale di Palermo ha visto sfilare, il 16 ottobre scorso, una nutrita coltre di ospiti d’eccezione giunti da Roma per rispondere come testi della difesa al processo contro l’on. Gaspare Giudice.
L’esponente della Casa delle libertà deve rispondere di associazione mafiosa per essere stato “sponsorizzato” alle Politiche del ’96 dal boss di Villabate Nino Mandalà. In quell’occasione Giudice era stato ritenuto più affidabile nell’assolvere i “desiderati” della famiglia mafiosa dell’allora deputato uscente Cesare Piacentino del Ccd. La testimonianza del collaboratore di giustizia Francesco Campanella era stata esaustiva in tal senso, spiegando tutti i vari passaggi che avevano portato all’elezione dell’onorevole di Forza Italia. Campanella aveva anche parlato di una tangente che l’ex ministro delle Telecomunicazioni Salvatore Cardinal, si era intascato sull’assegnazione delle frequenze Umts in Sicilia. Cardinale, respingendo ogni accusa, ha detto che evitava di frequentare il pentito perché lo riteneva un “facilone”, “superficiale” e “chiacchierone” e che se avesse notato qualcosa di illegale riguardo le sue attività lo avrebbe denunciato. Cardinale ha poi giustificato l’esclusione nelle liste di Piacentino a causa della sua irreperibilità. Miccichè ha parlato del sistema dello scorporo allora vigente che costringeva il Ccd a rinunciare al collegio di Bagheria per garantire l’elezione al suo capolista nel proporzionale.
L’on. Mastella non ha invece raggiunto l’aula ma le sue dichiarazioni erano state già acquisite agli atti del processo dell’on. Cuffaro. Il ministro della Giustizia, che era stato testimone di nozze di Campanella, ha confermato sostanzialmente quanto il pentito aveva già reso nei suoi interrogatori relativamente ai rapporti politici tra gli onorevoli Mannino, Cuffaro e Mastella.
Da parte sua, ha replicato il docente dell’Università Cesare Piacentino: «Io irreperibile la notte delle candidature? Ero a Bagheria, se avessero voluto mi avrebbero trovato!».
ANTIMAFIADuemila N°50














