Muore in un incidente stradale il collaboratore
di giustizia Francesco Pattarino
di GIorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo
Civitanova Marche (MC). Nella notte fra il 15 e il 16 maggio scorso, alle 3,30 circa, in un incidente stradale, è morto il collaboratore di giustizia Francesco Pattarino. La notizia rimbalza sui giornali locali meno di 48 ore dopo l’incidente anche per l’efferatezza della morte del collaboratore. Nell’impatto con un palo della luce a Pattarino viene recisa di netto la testa. In quel momento con lui ci sono il figlio sedicenne, rimasto miracolosamente illeso, insieme ad un trentenne di Pantelleria (TP), residente a P. S. Elpidio (AP), ferito gravemente a un braccio. Fin dall’inizio la dinamica dell’incidente appare alquanto nebulosa. Secondo le prime ricostruzioni al volante c’è Francesco Pattarino, senza cintura di sicurezza, al momento dell’impatto con il guard-rail viene sbalzato fuori dal finestrino anteriore destro volando letteralmente sopra l’altro passeggero, prima di finire nel dirupo sotto la SS 77. Le ipotesi successive ribaltano tutto. Al volante ci sarebbe stato l’altro uomo, mentre il collaboratore di giustizia, seduto nel lato destro, in pochi istanti sarebbe stato sbalzato fuori. Il figlio di Pattarino, che poco prima dell’incidente si era addormentato nel sedile posteriore della Citroen Saxò, ricorda solamente che all’inizio del tragitto da P. S. Elpidio a Civitanova Marche guidava il padre, ma non sa se i due si siano poi scambiati di posto. Il giorno dopo l’incidente la moglie Nadia verbalizza davanti alla P.G. di Macerata le intidimidazioni subite da tutta la famiglia negli ultimi anni: telefonate e lettere minatorie, scampanellate al citofono di casa a tutte le ore con gente che cercava Francesco e poi spariva, e via dicendo. Alla luce dei fatti la Procura di Macerata ha aperto un’inchiesta sulla morte di Francesco Pattarino. Ogni pista dovrà essere vagliata. Compresa la possibilità di un attentato mascherato da incidente. Dal palazzo di giustizia però poco o nulla trapela sulle indagini in corso, stesso discorso vale per la polizia stradale, così come per quanto riguarda i risultati dell’autopsia effettuata il giorno successivo. Fin qui la breve ricostruzione dell’epilogo. Ma la storia di Francesco Pattarino parte da molto lontano. Nato il 15 agosto 1966 a Siracusa è il figlio naturale di Francesco Mangion (fidatissimo luogotenente di Nitto Santapaola) e di Italia Amato, ed è cognato di Aldo Ercolano, all’epoca braccio destro di Santapaola. Un destino segnato fin dalla nascita. Negli anni ‘70 la primaria fonte economica della “famiglia” viene dal contrabbando di sigarette, e anche Francesco, seppure piccolo, in più di un occasione partecipa ad alcuni sbarchi. Sono anni in cui il rappresentante della famiglia di Cosa Nostra a Catania è Pippo Calderone. Lo stesso Calderone, Giuseppe Di Cristina e perfino Luciano Liggio si preoccupano “amorevolmente” della crescita di Francesco. Ma è la figura di Nitto Santapaola quella che maggiormente influisce nella sua vita. Il fortissimo carisma dello “zio” Nitto esercita un incredibile ascendente nell’iniziazione del giovane Pattarino. Nel 1982 dopo l’omicidio dalla Chiesa, Santapaola, all’epoca latitante, si nasconde per 6 mesi a casa di Francesco Pattarino allora sedicenne. Dormono nella stessa stanza. Lo “zio” istruisce Francesco sui “valori” di un uomo d’onore, su tutti i fronti. In quella stanza Pattarino vede sfilare un vastissimo campionario di politicanti, più o meno importanti, tutti chiedono allo “zio” favori, voti, promettendo una riconoscenza concreta e tangibile. Mafia e politica in diretta. Arrivano perfino le lamentele dei Cavalieri del lavoro (Costanzo, Graci, Rendo e Finocchiaro) che chiedono di intervenire per tappare la bocca al direttore de I Siciliani, Pippo Fava. Alla pressante richiesta dei Cavalieri Cosa Nostra acconsente in virtù di un interesse comune. E proprio in quella casa verrà progettato l’omicidio. Pippo Fava viene così ammazzato il 5 gennaio 1984. Nella stanzetta a due letti arrivano anche imprenditori a chiedere consigli e a proporre affari, così come medici venuti a curare il diabete dello “zio”. Il contatto con il mondo politico prosegue negli anni a venire anche tramite lo stesso Pattarino, a volte spettatore, altre volte protagonista. Nel 1987, durante una guerra contro il gruppo rivale del Siracusano, Francesco viene arrestato per tentato omicidio, sconta poco più di 20 mesi, viene scarcerato godendo dell’affidamento in prova e infine assolto dal reato di tentato omicidio. Nel frattempo Aldo Ercolano sposa la sorella di Pattarino, Francesca. Dal 1989 in poi è tutto un susseguirsi di guerre interne mirate al controllo di grossi affari nella provincia di Siracusa. Tragedie, morti, tradimenti. Nel 1990 Santapaola conferisce a Pattarino l’incarico di referente per Siracusa; Francesco ordina diversi omicidi. A un certo punto Aldo Ercolano e Giuseppe Mangion (fratello di suo padre Francesco Mangion) gli chiedono espressamente di uccidere sua madre perché “parla assai”, chiedono inoltre di eliminare suo zio e il fratello di sua suocera. Per Francesco la misura è colma. Nella sua identità mafiosa si è rotto qualcosa. Lentamente ma insesorabilmente il “mito” di Cosa Nostra comincia per lui a perdere consistenza. Prende tempo per non commettere quegli omicidi. Il 14 luglio 1992 viene arrestato per traffico di stupefacenti. Esattamente un anno dopo comincia la sua collaborazione. A distanza di appena dieci giorni dalle sue prime dichiarazioni scatta l’operazione “Gioconda” che porta all’arresto di circa 70 persone appartenenti al gruppo da lui capeggiato per la zona di Siracusa e riconducibile alla famiglia Santapaola. Trasferito nel nord Italia Pattarino viene interrogato da buona parte dei magistrati antimafia d’Italia. Ma è soprattutto Nicolò Marino, all’epoca sostituto procuratore di Catania, il Pm che diventerà un punto di riferimento per Francesco anche per la grande umanità del magistrato manifestata nei momenti più travagliati della sua collaborazione. Da lì a poco scatta un vero e proprio colpo grosso alla famiglia Santapaola che porterà all’arresto di circa 150 uomini d’onore con l’operazione “Orsa Maggiore”, successivamente avverranno le operazioni “Gioconda 2”, “Ariete”, “Orione”, “Tauro” etc. Francesco riconoscerà nelle foto 1035 uomini d’onore sparsi nelle varie famiglie, siciliane, calabresi, camorristiche. La protezione di Pattarino viene affidata inizialmente alla D.I.A. per poi passare alla gestione dei carabinieri e conseguentemente al N.O.P. L’11 giugno 1994, a 3 giorni dalla sua prima apparizione in aula, uccidono il suo miglior amico, Salvatore “Teddy” Mollica, di 37 anni. Un segnale mafioso che Francesco comprende perfettamente, ma che non lo sposta di un millimetro dalle sue intenzioni di collaborazione. Collaborazione che lo vede testimoniare in importantissimi processi di mafia come quelli a carico di Andò, Carnevale, Andreotti e Dell’Utri. Il 26 febbraio 1998 al processo Andreotti Pattarino riferisce di aver assistito a colloqui tra Santapaola e suo padre, così come di aver ricevuto confidenze dal padre su presunti rapporti tra Andreotti con le cosche catanesi. Il padre poi gli avrebbe raccontato di un summit catanese nel quale, all’hotel Nettuno, Andreotti avrebbe incontrato lo stesso Santapaola. Il 15 aprile 1998 depone al processo dell’Utri, definendo il senatore di Forza Italia “un tramite” tra la mafia e Berlusconi. Pattarino non avrebbe mai immaginato che 7 anni dopo, il 13 luglio 2005, quell’identica definizione sarebbe stata il caposaldo della motivazione della sentenza di condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa comminata a Marcello dell’Utri. Sentenza che metterà nero su bianco come dell’Utri era potuto essere “di tramite tra gli interessi della mafia e quelli di Berlusconi”. Nel mese di maggio del 2005 scatta l’operazione “Gioco d’azzardo”, coinvolti in qualità di indagati: imprenditori, magistrati e professionisti nell’ambito di indagini su un giro di riciclaggio internazionale. Il contributo di Pattarino nell’operazione “Gioco d’azzardo” è notevole e favorisce enormemente l’individuazione di flussi di denaro, milioni di dollari, finiti nel buco nero del riciclaggio. Lo scorso 13 aprile il tribunale di Catania emette 11 condanne e 8 assoluzioni a conclusione del processo relativo alle tangenti per la costruzione del nuovo ospedale Garibaldi e del centro residenziale per studenti universitari “Il Tavoliere” che avrebbe dovuto realizzare l’Iacp etneo. Un ennesimo processo di mafia, politica e tangenti che vede Pattarino rendere testimonianza; i giudici, tra gli altri, condannano a due anni e sei mesi di reclusione anche il noto senatore e sindaco di Bronte, Pino Firrarello (FI), per corruzione e turbativa d’asta. Dietro a questa frenetica attività processuale, che lo vede negli anni presenziare a un centinaio di udienze sparse per l’Italia, la vita di Pattarino e della sua famiglia attraversa momenti devastanti. Con il servizio centrale di protezione alterna periodi discreti ad altri nei quali la tensione sale alle stelle. La richiesta di cambio di generalità per lui e per la sua famiglia rasenta il paradosso. Prima sembra fattibile, poi si blocca tutto, poi ancora si aprono speranze che però non decollano mai. I due figli vengono iscritti a scuola prima con un cognome, poi durante l’anno scolastico sembra che quel cognome debba cambiare. E poi invece no. Uno stillicidio che consuma letteralmente l’equilibrio di una famiglia di cinque persone (con la famiglia di Francesco è inglobata anche sua madre con lo status di collaboratrice di giustizia). A un certo punto a Francesco viene revocato il programma di protezione. La vicenda è alquanto complessa: a Pattarino vengono addebitate una serie di violazioni, smontate una per una dagli avvocati difensori, ma che di fatto contribuiscono alla sua temporanea fuoriuscita dal programma (che in un primo momento viene tolto anche agli altri membri della famiglia per poi essere quasi subito ripristinato solamente a loro). Seguono battaglie a suon di carte bollate, periodi di detenzione per residui di vecchie condanne (alcune delle quali nel frattempo già decadute) con una sorta di “accanimento giudiziario” raramente riscontrato in altri casi. In tutto questo contesto Francesco cerca a fasi alterne di ricostruirsi una vita, insieme alla moglie gestisce con grande professionalità piccole attività di ristorazione nella zona protetta dove si trova. Ma ogni volta che le sue vicende giudiziarie riemergono il lavoro va a scatafascio e deve ricominciare daccapo. Francesco continua a presentarsi con il suo vero nome e cognome ovunque si trovi: per una vista medica (in carcere in meno di un mese, in seguito a una forte depressione, perde quasi 8 gradi da un occhio), o per qualsiasi altra cosa, con i rischi evidenti che la cosa comporta. Nel mese di luglio del 2001 Pattarino scrive una mail alla nostra redazione, vuole incontrarci per raccontarci la sua storia. Ci incontriamo successivamente. Francesco è un fiume in piena, ha una necessità “fisica” di trasmettere il suo vissuto e il suo presente. Non tenta di sminuire la gravità degli avvenimenti legati al suo passato e la sensazione che ci lascia è quella di un uomo che si vuole riscattare. Ci rivediamo poi altre volte, si instaura così un rapporto di amicizia con tutta la sua famiglia. Telefonate, mail, Francesco si sfoga per l’assurdità di alcune condotte nei suoi confronti che tutto sono meno che “istituzionali”. E poi ancora le minacce, la paura per i suoi figli e la voglia di andarsene. A un certo punto ci comunica la sua decisione di volersi trasferire nella nostra zona per voltare pagina. Nel giro di pochi giorni è qui. Con l’esperienza acquisita negli anni trova subito lavoro per lui e per la moglie in un prestigioso hotel. Il giorno dopo firma il contratto per un appartamento vicino al mare. Li incontriamo e sono raggianti, con mille progetti per il futuro. La notte fra il 15 e il 16 maggio, dopo cena, Francesco esce con suo figlio, passano qualche ora in un bar sul lungomare, conoscono un uomo che li invita a bere qualcosa. Prendono la macchina e si immettono sulla superstrada Civitanova Marche – Macerata. Si fermano in un autogrill, poco dopo il figlio di Pattarino si addormenta sui sedili posteriori mentre l’auto inverte la marcia e ritorna verso P. S. Elpidio. Verso le 5 del mattino arriva la telefonata di Nadia. E’ all’ospedale insieme al figlio e a sua suocera. Francesco è morto. L’impatto è brutale, stentiamo a crederci e solamente una volta arrivati ce ne rendiamo conto. Comincia il valzer della burocrazia. La polizia stradale apprende l’identità del deceduto e manifesta palesemente il proprio sconcerto. E’ un rincorrersi di telefonate. Autopsia, verbale delle dichiarazioni della moglie, nulla osta per il trasferimento della salma di Pattarino, ultimo viaggio, funerali. E poi il silenzio. Quel silenzio che senti scendere dentro di te guardando i suoi figli mentre si allontanano abbracciati alla madre. Ciao Francesco, rimarrai nei nostri pensieri e nel nostro cuore fino al giorno della vittoria sulla mafia, quella vittoria che sognavi anche tu.
ANTIMAFIADuemila N°54














