Fermate quel cronista!
di Lorenzo Baldo
Alle 21,30 di martedì 4 settembre l’ANSA batte un’ultimora che riguarda Lirio Abbate uno dei cronisti della sede palermitana della nota agenzia. I poliziotti dell’ufficio scorte di Palermo hanno scoperto un ordigno incendiario sotto l’automobile di Abbate, da alcuni mesi sotto tutela per precedenti minacce. L’auto era parcheggiata davanti all’abitazione del giornalista nel quartire della Kalsa. Immediate arrivano le reazioni di solidarietà da parte delle istituzioni, dei colleghi, dell’associazionismo e di tanta gente comune. Nei mesi scorsi Lirio Abbate aveva già subito minacce mafiose tanto che il 21 maggio di quest’anno il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica decide di assegnargli un servizio di scorta. Di seguito il cronista dell’ANSA torna a lavorare a Roma per far calmare le acque. Ed ecco che pochi giorni dopo il suo ritorno a Palermo si materializza questa nuova minaccia. Ma a chi, oltre ai mafiosi, può aver dato fastidio il suo ultimo libro “I complici” scritto a quattro mani con Peter Gomez che, come recita il sottotitolo, mette nero su bianco “tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento”? La lista è lunghissima. I nomi dei politici e degli imprenditori scorrono uno dietro l’altro, alcuni finiti sotto processo, altri solamente sfiorati dalle indagini e “graziati” da un’archiviazione per insufficienza di prove o da qualche santo in Parlamento. Lirio Abbate è anche l’unico giornalista che ha vissuto in diretta la cattura di Provenzano, ben nascosto insieme agli agenti di Renato Cortese quel martedì 11 aprile 2006. E non è certo questa una cosa che va sottovalutata. I mafiosi di sicuro ce l’hanno ben chiara. Un paio di giorni dopo l’ultima minaccia Abbate affida al collega di Repubblica, Giuseppe D’Avanzo, alcune riflessioni che lasciano poco spazio all’immaginazione. “Lo sai perché non decido di andarmene?” – conclude Abbate al termine della conversazione con il collega – “Per onore. Sì, per onore! Non per il mostruoso, folle, ridicolo onore di cui si riempiono la bocca mafiosi deboli con i forti e forti con i più deboli, ma per quell’onore che mi chiede di avere rispetto di me stesso, che mi impedisce di inchinarmi alla forza e alla paura, di scendere a patti con ciò che disprezzo. Quell’onore che molti siciliani hanno dimenticato di coltivare”. La partita è tuttaltro che chiusa. Sabato 8 settembre in pieno centro a Palermo più di 500 persone si riuniscono in una sorta di marcia di solidarietà. In prima fila lo stesso Lirio Abbate, al suo fianco colleghi di varie testate locali ed anche nazionali, alcuni esponenti politici di opposti schieramenti, magistrati, avvocati, sindacalisti, rappresentanti di svariate associazioni antimafia e molti cittadini. Il messaggio lanciato attraversa in un attimo quartieri e borgate: nessuno cede al ricatto mafioso, si continua a scrivere, a informare, a denunciare, con il sostegno della gente onesta. Esattamente il contrario di quell’isolamento, che per molti altri è stata l’anticamera di un vicolo cieco terminato con la morte. Il cronista dell’ANSA ribadisce con forza il motivo per il quale è fondamentale “restare” e “continuare”. Il giornalismo italiano attraversa ormai sempre di più fasi parallele al giornalismo di alcuni paesi sudamericani o del cosiddetto “terzo mondo” dove chi denuncia, chi “denuda il re” rischia perennemente la vita. Ma se l’Italia è un paese al contrario dove un politico può tessere affari tranquillamente con un mafioso e rimanere impunito, mentre se un giornalista ne parla si deve guardare alle spalle da querele o magari da pallottole quale futuro ci aspetta? Magari un futuro di criminali liberi e di giornalisti scortati come lo scrittore Roberto Saviano che deve scappare dalla sua città e vivere sotto protezione per aver osato puntare il dito contro storici esponenti della Camorra. Il rischio ulteriore è che, dopo l’exploit iniziale, il colpo venga assorbito dall’opinione pubblica martellata da ben altri input esterni. Oltre le mafie c’è sempre quella zona grigia che rimane impunita. Quella che a volte richiede al “braccio armato” di far zittire qualche voce “scomoda”, quando non è lo stesso “braccio armato” a decidere per primo chi va zittito. A tuttoggi resta il vuoto legislativo a 360° a tutela della libera informazione, così come l’ambigua complicità di un certo giornalismo servo consenziente della politica. Quella politica che oggi si riempie la bocca di solidarietà ma che, a livello trasversale, continua ad avvicinarsi a più riprese ad ambienti mafiosi. Di contraltare restano quelle nicchie di società civile che si ostinano a organizzarsi in nuove forme di resistenza. A futura memoria. A Lirio Abbate tutta la solidarietà della redazione di ANTIMAFIADuemila per questo vile tentativo di Cosa Nostra e non solo di fermare il suo lavoro. Da sempre quando un giornalista porta alla luce notizie “scomode” che il sistema di potere vorrebbe occultare rende onore alla sua professione. Ed è quindi nel nome del diritto di informazione e della denuncia di quegli “ibridi connubi di potere”, di cui Cosa Nostra è parte integrante, che ci schieriamo con Lirio Abbate e con tutti gli altri colleghi che come noi sono determinati a portare avanti il proprio lavoro.
Il caso Abbate
La notizia, con molta fatica, è nota: il cronista palermitano Lirio Abbate, redattore dell’Ansa e autore insieme a Peter Gomez del libro «I complici» che smaschera «tutti gli uomini di Provenzano da Corleone al Parlamento», è sotto scorta da tre mesi, perché è stato minacciato di morte e l’altro giorno un commando di mafiosi ha tentato di fargli saltare l’automobile con due bombe. Nemmeno negli anni 80, quelli della guerra di mafia, quando per le strade di Palermo i morti erano almeno uno al giorno, era accaduto che un giornalista venisse scortato. Lirio Abbate è l’unico giornalista che un anno fa ha raccontato da testimone oculare la cattura di Provenzano. Ma non è per questo, non è per aver parlato di pizzini, cicorie, ricotte e pannoloni, che è minacciato. È perché ha scritto un libro sui complici politici e istituzionali della mafia. Anche su quelli che mai indagati, anche su quelli assolti, perché i complici della mafia non sono soltanto i condannati per mafia: sono anche quelli che coi mafiosi ci vanno a pranzo, a cena, ai matrimoni, ai funerali, ai battesimi.
Quelli di cui tutta Palermo conosce le frequentazioni, i bacini elettorali, le amicizie pericolose con la “borghesia mafiosa”, ma che riescono sempre a non cadere nella strettissima tagliola del codice penale. Hanno rapporti con la mafia, ma non infrangono le leggi, o almeno non si fanno scoprire. Con un discorso pasoliniano, Lirio l’ha detto l’altro giorno a Repubblica: “Io so, noi sappiamo chi sono i mafiosi e gli amici dei mafiosi o i loro protettori. Non ho, non abbiamo bisogno di attendere una sentenza o la parola della Cassazione o un’inchiesta giudiziaria perchè, prima della responsabilità penale, c’è una responsabilità sociale e politica accertabile. Non sono una testa calda, non sono un estremista, sono un cronista che racconta i fatti”. Se a casa dei fratelli Musotto soggiornavano fior di boss latitanti, il fatto che uno dei due fratelli sia stato condannato e l’altro (Ciccio, presidente forzista della Provincia di Palermo) assolto, cambia poco: uno nella cui casa gironzolavano dei capimafia non dovrebbe ricoprire cariche pubbliche. Lo stesso vale per i rapporti documentati con mafiosi di Andreotti (colpevole, ma prescritto, fino al 1980), di Cuffaro (ancora imputato, ma comunque poco selettivo negli amici che è solito baciare), di Dell’Utri (condannato in primo grado) o dell’onorevole ds Crisafulli (assolto, ma filmato dalle telecamere dei Carabinieri mentre baciava e abbracciava il boss di Enna, Bevilacqua). E così via. Ora, è senz’altro encomiabile che il capo dello Stato solidarizzi con Lirio. Che politici di (quasi) tutti i partiti rilascino dichiarazioni di vicinanza. Che (quasi) tutte le autorità politiche, militari, religiose e giornalistiche, si muovano in sua difesa. Ma forse la questione è un po’ più complicata di quelle che si risolvono con i comunicati. Perché Abbate, fra le centinaia di giornalisti siciliani, è nel mirino d Cosa Nostra? Perché ha fatto quello che pochi fanno: i nomi e i cognomi. Se tutti i giornalisti, i politici, le autorità facessero ogni giorno i nomi e i cognomi degli amici degli amici, la mafia dovrebbe minacciarli tutti, e sarebbero troppi anche per un’organizzazione capillare come Cosa Nostra. Il fatto che si minacci solo lui perché fa il suo dovere, è un atto d’accusa indiretto nei confronti dei tanti (troppi) che non lo fanno. Dire che solo Lirio, a Palermo, lo fa sarebbe assurdo e ingeneroso verso altri giornalisti e intellettuali e politici che non hanno mai tirato indietro la gamba, e la penna. Ma da quando Lirio è sotto scorta, tutti dovremmo farci un esame di coscienza. Quante volte si parla di Cuffaro con simpatia, in veste di baciator cortese o di pellegrino a Santiago de Compostela, senza ricordare i suoi accertati rapporti con mafiosi? Quante volte, per pigrizia mentale, si parla della ”assoluzione di Andreotti”, così educato e raffinato, senza ricordare che incontrava a tu per tu boss sanguinari come Bontate e Badalamenti? Quante volte si intervista Dell’Utri in veste di politologo, o di bibliofilo, senza ricordare che - condanne a parte - ha frequentato sicuramente mafiosi per anni e anni, magari rifugiandosi dietro il comodo alibi che “poi la giustizia farà il suo corso”? Il 23 maggio, commemorando Falcone e Borsellino all’insegna della “legalità”, il ministro Amato fu interrotto da uno studente che gli chiedeva conto dei 25 pregiudicati in Parlamento, due dei quali in commissione Antimafia: anziché promettere di cacciarli al più presto, Amato se la prese con lo studente dandogli del “piccolo capo populista”. Il 19 luglio la commissione Antimafia s’è recata a Palermo per “audire” il pool antimafia, e tra i commissari girava un bigliettino con scritto “niente domande su mafia e politica”. Ecco: dopo aver manifestato a favore di Lirio, sarebbe bello se i giornalisti cominciassero ogni giorno a ricordare queste cose nei loro articoli, e i partiti a mettere alla porta i loro esponenti amici dei mafiosi. Così,quando solidarizzeranno con Lirio, appariranno un tantino più credibili. E Lirio si sentirà un po’ meno solo.
Marco Travaglio l’Unità 7/9/2007
ANTIMAFIADuemila N°55














