Uribe, il presidente di una Colombia in guerra
Tre milioni di bambini non frequentano la scuola dell’obbligo, tremiladuecentoquindici le vittime dei sequestri, centocinquanta il salario base in euro di un lavoratore medio, quattro gli eserciti che combattono la guerra civile e che sono suddivisi in narcotrafficanti, Farc, paramilitari, e militari dello Stato. E’ questo il volto misero e violento della Colombia che dalle ultime elezioni dello scorso 26 maggio è guidato dall’erede di Andres Pastrana Alvaro Uribe.
Né conservatore né liberale il neo-presidente si era presentato alle elezioni solo, con un suo personale movimento e la ferma idea di combattere le Farc, responsabili della morte di suo padre rimasto ucciso durante un tentativo di sequestro. E’ considerato il volto nuovo della politica colombiana Uribe, nonostante il suo passato da sindaco di Medellìn, patria di Pablo Escobar; da governatore della regione di Antioquia, patria dei cartel mafiosi; e da senatore per ben tre legislature. La sua strategia: rompere con il partito, con gli schemi della politica colombiana, denunciare la partitocrazia. Un neo però non manca: poche le parole spese per i paramilitari, ormai divenuti un vero e proprio esercito che governa indisturbato un pezzo del paese, e , nel suo programma, l’idea di creare <<reti di vigilanti civili>> per una <<resistenza civile organizzata>>. Un copione già visto, troppe volte, in Colombia. Armare i campesinos, è il motto del presidente, organizzarli in pattuglie, lasciare al dialogo con la guerriglia il tempo che fu e aumentare del 30% le spese dell’esercito con relativo raddoppio dei soldati professionisti. Il presidente vorrebbe regolare così un vecchio conto con i sequestratori che, solo nell’ultimo anno, hanno effettuato già duemila rapimenti. Le Farc, Fuerzas Armadas Revolucionarias de la Colombia, fondate nel 1964 da Manuel “Tirofijo” Marulanda, possono oggi contare su 15 mila uomini e gestiscono un territorio grande come la Svizzera. Nelle loro mani, tra gli altri, cinque senatori, dodici deputati e il candidato per il partito “Oxigeno” (ossigeno) alle scorse presidenziali Ingrid Betancourt. <<Ingrid – è la dichiarazione rilasciata a Ettore Mo da Yolanda Pulecio, madre della Betancourt e sua sostituta nella campagna elettorale in seguito al sequestro della candidata – aveva un programma preciso, concreto, coerente. Rappresentava un cambiamento. Era una voce nuova, una corrente veramente democratica. Per me è incredibile – continua – di più, incomprensibile!. Francamente non riesco a capire per quale ragione le Farc abbiamo voluto toglierla di mezzo. E mi chiedo quali interlocutori possano avere ora, a Bogotà, mentre Ingrid è loro prigioniera>>. Attacca poi l’ex presidente Pastrana. <<Non ha voluto far niente per Ingrid>>, dice e aggiunge: <<da anni non ha mai ricevuto una sola volta le madri dei soldati e degli agenti di polizia sequestrati dai guerriglieri>>. Eppure Ingrid, nel corso della sua campagna elettorale, aveva cercato il dialogo con le Farc perché credeva in una soluzione pacifica del conflitto. <<Il 14 febbraio scorso – continua la Pulecio – cioè nove giorni prima della cattura – Ingrid era andata a San Vicente del Caguan per un incontro tra i comandanti dei guerriglieri e i candidati presidenziali. Ed è andata giù dura contro le Farc e contro il suo capo, Manuel Maralunda Tirofijo, dicendo… ma voi ammazzate proprio quei poveri diavoli di contadini per cui avete iniziato la lotta quarant’anni fa… Subito dopo, però, Ingrid aveva sferrato un attacco altrettanto duro contro il governo corrotto di Bogotà, responsabile dell’insurrezione campesina in Colombia per la sempre rinviata riforma agraria>>. Ora l’unica possibilità della Pulecio e di tutti i parenti dei sequestratori di comunicare con i loro cari e quella è di utilizzare una radio privata tramite la quale è possibile inviare messaggi, ma non ottenere risposta. Nessuno sa se siano ancora vivi. Si racconta che a Carlos Castano, fondatore delle AUC, le Farc rapirono il padre. La famiglia pagò il riscatto, ma si vide recapitare soltanto il cadavere dell’uomo in un sacco di plastica. Eppure la guerriglia è sostenuta da molti di quei campesinos che hanno assistito al clamoroso fallimento del Plan Colombia. Se il lavoro non c’è la scelta di indossare un’uniforme, imbracciare un fucile e vedersi pagare duecentocinquanta dollari più vitto e alloggio appare perfino logica.
E’ ora compito del nuovo presidente trovare una soluzione a questi annosi problemi. Di recente, l’on. Claudio Fava gli ha chiesto perché non parla mai dei paramilitari. “Uribe – scrive Fava – prima s’è offeso, poi ha sorriso, poi basta”. M.C.















